Rossana Silvia Pecorara è un psicologa clinica, coach ed esperta di mindfulness, su cui ha scritto alcuni libri. Con lei abbiamo voluto approfondire la mindful eating e l’importanza di ritrovare la consapevolezza con il cibo.

Rossana tu sei ph.D. in Scienze Cognitive, psicologa clinica e coach. Come ti sei avvicinata alla mindfulness?

Ho sentito nominare la Mindfulness per la prima volta negli anni del dottorato, era circa il 2005, ed era appena sbarcata in Italia grazie ad un gruppo di psicologi e ricercatori vicini alla scuola Soka Gakkai. Ne fui affascinata ma non andai oltre la semplice conoscenza della disciplina. La Mindfulness, la coltivazione della consapevolezza, è entrata a tutti gli effetti nella mia vita dopo la morte di mio padre, nel 2017. Da lì in poi “esserci qui e ora” ha assunto tutt’altro significato.

Quali benefici hai notato dopo aver introdotto la mindfulness nella tua vita?

Quando comprendi fino in fondo che le cose non sono per sempre, la vita cambia prospettiva. Prima lo sai per sentito dire, dopo ti trovi a viverlo. Eppure tutto questo non prende la forma di un dolore, ma di un risveglio. Diventando prezioso. 

La tua ultima pubblicazione è Mindful eating. Nutrire la mente, nutrire il corpo, ci spieghi cosa s’intende per mindful eating?
Mindful eating è portare consapevolezza e gratitudine all’esperienza del cibo. E’ nutrirsi attraverso tutti e cinque i sensi. Anzi, molti di più! Esistono nove tipi di fame e se vogliamo far pace col cibo e arricchire la nostra esperienza del nutrirsi, è bene conoscerle tutte e nove! (fame degli occhi, della bocca, del naso, del tatto, delle orecchie, dello stomaco, cellulare, della mente e del cuore n.d.r)

Perché, secondo te, non abbiamo più l’esperienza del cibo come piacere dei sensi, anzi a volte s’instaura un rapporto conflittuale?

Perché abbiamo perso il contatto autentico col cibo. Già prima dell’anno di vita, e poi sempre di più, siamo istruiti a seguire regole e abitudini a tavola che possono essere controproducenti. “Finisci tutto ciò che hai nel piatto”, “Troppa frutta ti fa male”, “Non ti do il dolce se non mangi tutta la pasta”, “Non giocare col cibo nel piatto”, “Se non prendi un bel voto a scuola non ti compro il gelato”, “Se ti comporti male, mangi solo minestra per una settimana”: suonano familiari, no?

I bambini sanno istintivamente cosa e quanto mangiare e come trarre piacere sensoriale dal cibo, non solo il piacere dello stomaco. Sanno perfettamente autoregolarsi. Ma i condizionamenti che si ricevono in famiglia alterano questo equilibrio naturale: il cibo non è più cibo, ma una moneta di scambio o una forzatura sociale, caricandosi sempre più di ansia. E iniziano i guai.

A proposito di rapporto conflittuale, la mindful eating può aiutare quelle persone che iniziano diete e poi le abbandonano dopo poco o chi utilizza il cibo come valvola di sfogo?

Certamente. Mindful eating è far pace col cibo. Non significa mangiare di più, o di meno, o meglio, quella potrebbe essere una conseguenza, ma non è il punto della questione. Mindful eating significa ritrovare l’equilibrio originario che abbiamo perso, quello che ci fa stare bene.

La nostra esperienza con il cibo non è circoscritta solo alla tavola, ma anche nel momento in cui facciamo la spesa e quando cuciniamo, quali consigli ci puoi dare in merito per introdurre la mindfulness anche qui?

La Mindfulness può essere dovunque. Là dove siamo, possiamo portare la nostra attenzione e la nostra piena presenza su quel che facciamo. Aggirarsi tra le bancarelle del mercato, lasciarsi guidare e ispirare dai profumi della frutta e della verdura, anziché seguire sempre e solo la lista della spesa, è un esercizio che si può fare!

Esistono davvero i cosiddetti “cibi della felicità”, ovvero quei cibi in grado di migliorare il nostro umore? Se sì, quali sono?

Alcune ricerche scientifiche ci parlano di cibi che scatenano il rilascio di endorfine come la cioccolata e i dolci, ma esistono altri “cibi della felicità”. Sono quelli che nutrono la fame del cuore, cioè quelli legati ai bei ricordi: magari la pasta fatta in casa che ci preparava la nonna o il sapore dei funghi che raccoglievamo da piccoli con mamma e papà… Oppure può esser qualcosa che coltiviamo o prepariamo noi, mettendoci cura e amore. Ogni volta che facciamo un’esperienza simile, il cuore si sazia.

Come possiamo far comprendere la mindful eating anche ai nostri bambini?

I bambini sono già mindful eaters provetti, siamo noi adulti che abbiamo perso il contatto e l’equilibrio col cibo! Se solo ascoltassimo e osservassimo di più i nostri bambini avremmo noi da imparare. Però possiamo fare dei giochi insieme. Ne racconto alcuni nella mia audioguida. Ad esempio mangiare un pasto interamente con le mani! E non vale la pizza o un panino o qualche crudités! Qui si parla di sporcarsi le mani nel vero senso della parola: spaghetti al sugo, o una caponata, ma anche una semplice insalata condita mangiata con le mani si rivelerà un’esperienza tutta diversa!

Non si tratta solo d’imbrattarsi e riderci su insieme, anche se questa è una bella fetta dello spasso. Si tratta di fare esperienza del cibo in modo diverso, di far saltare gli automatismi. Si tratta di saziare la fame del tatto, un’altra delle nove, importante quanto le altre! Esplorare il cibo attraverso le sensazioni tattili, non solo quelle legate alla bocca, aumenta la soddisfazione. 

Ci puoi dare un esercizio di mindful eating che possiamo fare tutti per cominciare?

Il più famoso è l’esperimento col chicco d’uva*, ma consiglio di farlo in un contesto guidato. Un esercizio per iniziare potrebbe essere mangiare un intero pasto con la mano non dominante, o per chi è ambidestro con le bacchette. Ci costringe a rallentare e a metterci attenzione. Rallentare e metterci attenzione, se non ci fissiamo troppo sull’esecuzione del compito, ci sazierà di più e sentiremo meglio i sapori.

Per concludere, la nostra domanda di rito: il mantra nella vita di Rossana Pecorara?

Quando il discepolo è pronto, il maestro arriva.

* L’esercizio del chicco d’uva è suddiviso in 8 step: tenere in mano il chicco d’uva, vederlo, toccarlo, annusarlo, metterlo in bocca, assaporarlo, ingoiarlo e seguire le sensazioni successive.

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