Valentina Giordano è la fondatrice di Go as a river, un sito che si occupa di diffondere la conoscenza e le pratiche di mindfulness. Abbiamo avuto il piacere di intervistarla e di parlare delle sue esperienze personali, di come la mindfulness sia diventata protagonista non solo della sua vita professionale e l’impatto che questa pratica ha anche su bambini e ragazzi.

Valentina Giordano, per chi ancora non ti conoscesse, ci racconti un po’ la tua storia personale?

È una storia semplice e allo stesso tempo straordinaria, come la storia personale di ognuno di noi. Una storia fatta di apprendimento, scoperte, errori, cambi di rotta e occasioni di crescita che mi hanno portato a intraprendere negli anni di formazione una strada e poi, un poco alla volta, a disimparare, cioè percorrere il cammino al contrario. È stato necessario lasciare andare alcune certezze per coltivare di nuovo una mente del principiante, più incline a cogliere le possibilità. A distanza di anni, è una scelta che rifarei.

Proprio qualche giorno fa, abbiamo postato un articolo su quanto sia importante sperimentare un viaggio da soli. Tu hai fatto un viaggio in solitaria tra Brasile, India, Argentina fino ad arrivare negli USA, quali sono i consigli che ti senti di dare in merito per chi vuole affrontare un’esperienza simile? Quali sono i benefici che questa esperienza ti ha portato?

Partire, senza esitazioni, sapendo che il viaggio non finisce mai. Come diceva Saramago “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.”. Nella mia esperienza, aggiungerei: bisogna viaggiare da soli, imparare a prendersi del tempo in solitaria, con modalità nuove, diverse dalle abituali. Si possono scoprire aspetti di se stessi inimmaginabili e iniziare a diventare i migliori amici di se stessi.

Come sei entrata in contatto con la mindfulness la prima volta?

Facendo esperienza diretta dello stress e della sua portata nociva. Quella è stata la prima volta che ho rallentato, mi sono seduta con me stessa e mi sono ascoltata veramente. Un gesto semplice, ma dal potere trasformativo.

Quali sono i benefici e le “riscoperte” – passaci il termine – che ne sono derivate dalla pratica della mindfulness?

Un contatto più autentico con me stessa e, di conseguenza, con l’altro. Potrei elencare gli innumerevoli benefici della pratica in termini di presenza mentale, consapevolezza di sé, benessere generale, creatività, senso di calma, controllo degli impulsi, regolazione emotiva, attenzione, qualità del sonno o empatia, ma in definitiva il più grande dono è quello di imparare a vivere pienamente ogni momento (anche quando è spiacevole).

Tu ti sei formata come insegnante presso il Center for Mindfulness della University of Massachusetts Medical School, qual è di solito il primo consiglio che dai a chi si avvicina per la prima volta alla mindfulness? In pratica, da cosa dovremmo cominciare?

Si parte dall’intenzione deliberata di prendersi ogni giorno del tempo per meditare – cioè, praticare il non fare: un non fare pieno di interesse, in cui rimaniamo presenti a noi stessi anche solo per pochi minuti, portando e riportando l’attenzione al respiro. Questa prima indicazione è importante e costruisce la base senza la quale non si raggiungono le altezze.

Un poco alla volta, poi, iniziamo a estendere questa qualità di centratura in tutte le altre attività della nostra vita. Presenti e consapevoli nella mente, connessi nel cuore: quando camminiamo, quando mangiamo, quando parliamo, quando facciamo l’amore.

Tu sei specializzata anche nel trattare la mindfulness con bambini e adolescenti, cosa ti ha spinto in questa scelta? Perché pensi che sia utile sviluppare una pratica di mindfulness in un’età così giovane?

Ho sperimentato in prima persona che non è necessario arrivare a 30 o 40 anni, ed essere toccati intensamente dalla vita, per ricordare che abbiamo delle potenti risorse interiori che la pratica della mindfulness ci aiuta a ricontattare. Possiamo iniziare fin da piccoli. Questo ha a che vedere con l’attenzione – che è fondamentale perché costituisce la nostra realtà – ma non solo. Riguarda anche il conoscere se stessi, il connettersi agli altri e, più in generale, l’inclinare la mente e il cuore alla felicità.

Ci siamo fermate più volte a riflettere come il nostro tradizionale sistema scolastico italiano, ti porti a studiare senza mai spiegarti COME si dovrebbe studiare e ti porti ad allenare il fisico MA non la mente. Soprattutto in un momento in cui si parla tanto di bullismo, fenomeni come la blue whale ecc… lavorando proprio con bambini e ragazzi in questa fascia d’età, pensi che introdurre a scuola delle discipline che ti portino a sviluppare maggiore consapevolezza di sé, delle proprie capacità, di chi sei realmente possa essere una soluzione a questi fenomeni?

Sì, oltre alla soluzione è una prevenzione. Se da piccoli si educa il cuore all’inclusione, se si lascia spazio all’empatia, all’ascolto, alla condivisione, alla gentilezza – non solo verso l’altro, ma anche verso di sé – si previene gran parte dei comportamenti disfunzionali. Il bullo è, anzitutto, una persona che soffre e che non sa prendersi cura del suo malessere interiore. Sono questioni delicate, ma credo che ai ragazzi che inciampano nei pericoli fuori e dentro la rete non sia stato insegnato ad ascoltarsi, a chiedere aiuto o a parlare di ciò che attraversa il loro mondo interiore.

Insegnamento che forse dovrebbe partire già a casa. Proprio nel tuo ultimo libro I genitori perfetti non esistono, tu li inviti a fare pace con le proprie emozioni affinché i bambini possano crescere più felici. Ammettiamolo, fare il genitore è forse il lavoro più difficile del mondo e a volte, non ci si rende conto di quanto possano “assorbire” i bambini. Quali sono quindi i consigli che ti sei sentita di dare in questo libro, per essere genitori non perfetti ma migliori?

Ho scritto il libro con il desiderio di offrire un incoraggiamento e una guida ai genitori in bilico tra le sfide del loro ruolo e il bisogno di prendersi un po’ cura di sé. L’ho fatto partendo dalla mia esperienza di figlia e insegnante di mindfulness, che ha incontrato e accompagnato nella pratica centinaia di genitori, bambini e adolescenti.

Ho potuto osservare con uno sguardo limpido e un cuore aperto le difficoltà che si attraversano in famiglia, dalla parte dei genitori ma anche da quella dei bambini, e mi è sembrato importante restituire quanto ho appreso.

È ormai appurato che pratiche come la mindfulness, la meditazione, lo yoga stesso portino benefici non solo sulla mente ma anche sul corpo. Perché pensi ci sia ancora tanto scetticismo allora?

Devo ammettere che nella mia esperienza personale, nei contesti in cui mi muovo, trovo sempre più fiducia che scetticismo. Lavoro continuativamente a scuola, in azienda e tra privati e la solida evidenza scientifica che accompagna la mindfulness infonde molta sicurezza in chi si affida a questa pratica.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Integrare gli insegnamenti dell’Analisi Transazionale, su cui mi sto formando e sperimentando, con le pratiche contemplative. Vi trovo molte affinità e credo sia un modo creativo di espandere e approfondire il lavoro interiore. E poi, riprendere il viaggio. Subito.

Il mantra nella vita di Valentina Giordano?     

Each moment, life as it is, the only teacher (in inglese, perché l’ho fatto mio negli anni di pratica Zen in California). A ricordarmi che in ogni momento, la vita così com’è, è l’unico insegnante, e se l’uomo ordinario vede tutto come una benedizione o una maledizione, un guerriero spirituale accoglie tutto come un’occasione di crescita.

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