Abbiamo avuto il piacere di intervistare Filomena Pucci, che dopo 10 anni di lavoro come autrice televisiva, ha deciso di investire sulla sua passione e cimentarsi con la creazione del suo lavoro: “Appassionate”

Sull’esperienza ha scritto racconti e poi due libri, diventando un esempio di come sia possibile inventare e creare un lavoro ad hoc per se stessi. Attualmente viaggia in Italia e all’estero per partecipare a conferenze e workshop per raccontare com’è riuscita a creare il suo lavoro partendo dalla sua passione.

Come hai capito che era più importante essere “appassionata” piuttosto che “sicura”?

Probabilmente la sicurezza è arrivata solo dopo che mi sono fidata della mia passione. A quei tempi infatti per quanto avessi uno stipendio, avevo un profondo sentimento di inquietudine. Non ho mai percepito che il lavoro fosse per sempre, sentivo sempre molto chiaro il peso di un lavoro che qualcuno avrebbe potuto togliermi in qualsiasi momento oppure sentivo di essere vincolata a molte sfumature perché avvertivo di essere dipendente, non a caso si usa questa parola. Dovevo essere simpatica con uno, meno aggressiva con un altro, insomma per quanto mi riguarda quella dinamica non funzionava e lo stipendio non mi salvaguardava da quest’inquietudine.

La sensazione di essere padrona del lavoro e del mio tempo mi seduceva. La passione mi dava forza di fare quel che volevo con libertà e con molta più responsabilità, una responsabilità anche benevola e con la possibilità di ascoltare me e il corpo. 

La passione per me equivale alla libertà di fare ciò che voglio, nella maniera che reputo giusta e con la responsabilità che merita. E questo percorso mi ha portato a scrivere “Appassionate”.

Quanta fatica hai fatto? Che reazioni hanno avuto le persone intorno a te?

È stato faticoso e doloroso perché le persone mi guardavano come una pazza, anche i genitori perché non sapevano come inquadrarmi. “Se lasci il posto fisso che fai?”.

È stato faticoso anche perché è stato lungo: da quando si decide di agire a quando di inizia a vedere qualche frutto non solo economico, ma emotivo e di soddisfazione, bisogna considerare un tempo importante di stasi, una stasi dove le cellule del corpo lavorano e collaborano al cambiamento, ma siamo noi a doverlo volere. Sempre. Come un transatlantico che deve fare marcia indietro, è una procedura molto lenta. Ecco, credo che a un certo punto un corpo che è lanciato in una direzione di convinzione e di metodo e di idee su sé deve mettere in conto un periodo lungo perché avvenga il passaggio, anche un paio d’anni, in cui ti rallenti e ti scordi le cose che pensavi di te, mentre lavori in maniera attiva su ciò che vuoi e come lo vuoi.

È un tempo lungo, ma è un tempo attivo. Chi sta fuori non vede niente, ma tu sei parte attiva del cambiamento.

Perché è importante prendere seriamente ciò che ci piace e ci appassiona?

Ne parlo nel mio libro “Quello che ti piace fare è ciò che sai fare meglio”.

Credo profondamente che, come diceva qualcuno, la vita non ha senso, è vero, ma il senso dobbiamo darglielo noi. Non possiamo dimenticare quanto senso abbiamo come essere umani, singoli e anche anonimi, nella nostra cittadina, nella nostra casa. Confrontarsi sempre con grandi successi non necessariamente ci forma e non ci motiva.

Dobbiamo scovare l’indizio del nostro destino, quello che siamo venuti a fare nel mondo.

Non dobbiamo essere tutti Gandhi o Martin Luter King, per alcuni ha più senso fare la pastasciutta per gli italiani che arrivano in America che lavorare in azienda. E va bene così, non c’è giusto o sbagliato.

Alcuni lavori sono legati non solo alla fioritura della propria anima, ma anche a far fiorire le anime degli altri. Quando ci settiamo sulla passione riusciamo a produrre risultati di questo tipo.

Ora tieni seminari: cosa insegni ai partecipanti?

Allora, io non insegno niente, precisiamolo. Ho la presunzione di far vedere alcuni aspetti dentro cui ognuno proietta la propria vita, la propria passione la vede applicata e per una giornata ti senti potentissimo perché la vedi la vita che vuoi fare.

In una giornata ti racconto com’è stato possibile per me e per altre persone vederla e cerco di vedere con te i “twist” dell’anima, ovvero dove l’anima suggerisce di andare. Sono passaggi che l’anima ti accompagna a fare mentre concretizzi l’idea.

A proposito, il mio prossimo workshop si terrà il 9 febbraio 2020 a Roma. Vi aspetto!

Il mantra nella vita di Filomena Pucci?

“Lavorare il meno possibile”. Credo che il concetto di lavoro vada rivisto e che veramente possano bastare poche ore di lavoro al giorno. Io ora cerco di lavorare solo il pomeriggio, la mattina mi dedico a me, a quel che voglio studiare e sapere, e mi sento arricchita. Come investiamo tanto sul lavoro, dovremmo investire tanto su altri aspetti della nostra vita: andare a fare un corso di pittura, cantare, correre, stare in mezzo alla natura.

Non saremo mai soddisfatti se pensiamo che il lavoro basterà. Quindi ribadisco: lavorare il meno possibile!

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