Il professore Giovanni Emanuele Corazza ha fatto della creatività la sua mission. È Professore Ordinario presso la Scuola di Ingegneria della Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Presidente della Fondazione Guglielmo Marconi, fondatore del Marconi Institute for Creativity (MIC) e nella sua carriera si è occupato di telecomunicazioni, tecnologia e informazione. Abbiamo voluto approfondire con lui il tema della creatività a 360 gradi, iniziando dal darle una corretta definizione, passando a come si stima un’idea creativa, fino a come può esserci utile anche nella sfera personale. Ecco cosa ci ha spiegato.

Professor Corazza, lei è il fondatore del Marconi Institute for Creativity (MIC), che si occupa della creatività come disciplina basandosi su ricerca scientifica, interventi formativi e applicazione professionale. Come e perché è nata questa idea di fondare un istituto che si occupasse di studiare la creatività?

L’idea di fondare il MIC nasce da quella che ritengo essere una vera e propria urgenza sociale. Il mondo sta cambiando rapidamente, sotto i nostri occhi, grazie alle tecnologie dell’informazione. Oggi il pensiero collettivo della specie umana è molto più potente, poiché siamo interconnessi digitalmente a prescindere dal luogo fisico in cui ci troviamo e poiché abbiamo accesso in tempo reale a immense capacità di elaborazione dati e a tutta l’informazione contenuta nei database multimediali distribuiti di tutto il mondo connesso. In altre parole, l’informazione è diventata una commodity. Questo fatto ha conseguenze drammatiche sul sistema scolastico e universitario, sul mondo del lavoro, sul significato della stessa dignità umana.

In effetti, nella Società dell’Informazione la distinzione non può più essere legata a ciò che si sa, ma solo a ciò che si genera a partire da un substrato di informazioni condivise tra tutti. In altre parole, la creatività diventa una necessità per la nostra dignità. Il World Economic Forum ha già riconosciuto da diversi anni il fatto che, a fronte dell’introduzione delle nuove tecnologie, è assolutamente fondamentale operare una riqualificazione della forza lavoro mondiale, e la prima delle abilità da sviluppare è la creatività. Così anche l’OCSE considera la creatività come una delle skill fondamentali per il XXI secolo, che quindi deve essere sviluppata come una disciplina di insegnamento, a vari livelli di scolarizzazione. Il MIC e il suo piano di attività è la nostra risposta a queste sollecitazioni internazionali.

Creatività come disciplina, è quindi sbagliato pensare che ci siano persone nate con un estro più creativo rispetto ad altre? Non è quindi da considerare una dote, ma qualcosa che abbiamo tutti allo stesso modo e che va allenata?

Il fatto che la creatività possa essere trattata in modo scientifico e insegnata come una disciplina non nega il fatto che esista il talento. Questo vale per qualsiasi disciplina umana, e si basa sulla constatazione del fatto che il cervello umano ha uno sviluppo bio-culturale, ovvero ha una base genetica sulla quale tuttavia si innesta un’opera scultorea causata dall’esperienza. Quindi in ogni disciplina abbiamo sia caratteristiche innate sia abilità che si sviluppano nel corso della propria vita, dovute alle interazioni che sperimentiamo.

Venendo alla creatività, che è il regno delle differenze individuali, ciascuno parte con una propria dote genetica e tutti la possono sviluppare in modo personale, seguendo sia il proprio estro sia esperienze più strutturate come quelle offerte dal MIC nell’ambito dei propri corsi di Creativity and Innovation. Il risultato sarà sempre diverso, e questo non è un problema ma una ricchezza.

Quale definizione dà lei della parola creatività?

Questo è un punto fondamentale: per avere un approccio scientifico a una disciplina il primo punto è basarsi su definizioni chiare dei termini, a cominciare dalla definizione del costrutto psicologico allo studio. Esistono varie riviste scientifiche internazionali che si occupano di creatività, come ad esempio il Creativity Research Journal, Thinking Skills and Creativity, il Journal of Creative Behavior, eccetera. Se si fa una ricerca nel database di queste riviste, si trovano più di sessanta diverse definizioni di creatività.

Tuttavia ne esiste una considerata “standard”, secondo la quale la creatività è un fenomeno che richiede sia originalità sia efficacia. Questa è una definizione statica, ovvero basata sull’ipotesi di poter giudicare e riconoscere originalità ed efficacia qui ed ora. Noi abbiamo esteso questi concetti introducendo la definizione dinamica di creatività, seconda cui la creatività è un fenomeno, immerso in un contesto, che richiede potenziale originalità ed efficacia. La differenza fondamentale sta nell’introduzione del concetto di potenziale all’interno della definizione: infatti la creatività è un’attività a rischio, che non garantisce risultati di successo.

Per essere creativi bisogna essere pronti a fronteggiare i momenti di frustrazione, che possono dipendere dal non trovare ciò che stavamo cercando, oppure dal fatto che il mondo non capisce o non apprezza il significato e il valore delle nostre idee. E’ un fatto: tanto maggiore la creatività di un’idea, tanto più negativa sarà la prima reazione con la quale viene accolta. Tramutare il potenziale in successo creativo richiede quindi grande forza.

Nella storia più o meno recente, se pensiamo ad artisti e scienziati, la creatività è spesso associata a stati depressivi, di dipendenza, a eventi traumatici… qualcosa che sembra quindi opposta al controllo. Qual è invece il rapporto tra questi 2 elementi?

In realtà si tratta di un mito, generato dal fatto che vi sono esempi che hanno avuto notevole eco di grandi creativi che soffrivano dal punto di vista mentale. Ma vi sono anche, e più numerosi, esempi contrari. Comunque è un tema interessante, che merita certamente di essere approfondito almeno con un esempio. E quale esempio migliore che non quello di Vincent Van Gogh? È un caso di studio molto utile grazie alle più di settecento lettere che ci sono rimaste grazie allo zelo di Johanna Bonger, la moglie di Theo Van Gogh, fratello di Vincent. Chiaramente un’analisi della creatività di Van Gogh richiederebbe un intero trattato, ma cercherò in poche righe di rendere alcuni tratti fondamentali.

Vincent è morto a soli 37 anni, e ha dipinto solo per una decina. In questo breve lasso di tempo, ha prodotto molte centinaia di quadri, di cui nel corso della propria vita ne ha venduto uno soltanto. Ecco allora che Vincent dimostra alcuni dei tratti fondamentali dei grandi creativi, che ben poco hanno a che vedere con la malattia che purtroppo l’affliggeva: la grande determinazione, il desiderio di miglioramento continuo, l’umiltà che permette di guardare agli altri artisti per comprenderne i messaggi, la non curanza rispetto al giudizio altrui, la passione sfrenata per ciò che si sente come propria missione. Basti pensare che nei due mesi trascorsi a Auvers-sur-Oise, la città dove ha trovato la morte, Vincent dipinse quasi settanta quadri… più che un malato mentale, era un grandissimo lavoratore!

Il processo creativo trova un terreno più fertile quando è qualcosa che viene coltivato individualmente, in gruppo o all’interno di ecosistemi più grandi? E soprattutto, questione molto dibattuta che vede schieramenti opposti, i famosi brainstorming aziendali, sono o meno efficaci?

Il processo di pensiero creativo ha evidentemente dei correlati neurali, ovvero dei fenomeni misurabili (ad esempio tramite elettroencefalografia o risonanza magnetica funzionale) che avvengono all’interno del cervello degli individui coinvolti. Anche quando l’individuo lavora da solo, egli è sempre in dialogo con la società, sia tramite la conoscenza pregressa che fornisce gli ingredienti al processo, sia tramite l’immaginazione dell’effetto che le proprie idee avranno sul mondo. Quindi l’isolamento è impossibile.

Quando poi si lavora in gruppo, le dinamiche interpersonali hanno un effetto importantissimo sul processo, e possono sia favorirlo sia sterilizzarlo. Per essere efficaci bisogna introdurre una nuova disciplina che potremmo definire creativity management. È poi possibile lavorare attraverso Internet con numeri grandissimi, utilizzando metodologie di co-creation.

Infine, in prospettiva futura, è possibile utilizzare sia a livello individuale che corporate l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Il brainstorming è solo uno strumento tra tanti, se utilizzato bene può essere utile, ma deve essere gestito opportunamente.

Rimanendo nell’ambito aziendale, se pensiamo a come si è evoluta rapidamente la tecnologia, ci sono oggetti che utilizziamo oggi che solo fino a qualche anno fa sarebbero potuti esistere solo nei film di fantascienza. Come si fa a valutare quando un’idea creativa può davvero essere efficace e innovativa?

Stimare (e non giudicare) il valore di un’idea creativa è un esercizio di futuro. In altre parole, nessuno può dare un giudizio definitivo sul valore di un’idea creativa, ma si possono lanciare stime basate su scenari futuri o fare valutazioni a posteriori.

Così come la creatività è una disciplina, anche quella dei future studies lo è, e le due discipline si intrecciano proprio nella fase critica di estrazione del valore dagli output del processo creativo. In altre parole, un manager della creatività non può essere digiuno degli studi di futuro. La stessa idea, proiettata su due scenari futuri differenti, può essere stimata come vincente o fallimentare. E’ una parte del processo con forti caratteristiche strategiche.

Proprio l’ambito tecnologico e quello dell’informazione forse sono le aree in cui abbiamo visto le cose innovarsi e mutare con maggiore rapidità. Questa velocità è da considerarsi quindi un pro e un incentivo alla creatività, o è solo una faccia della medaglia? Cosa ne pensa dell’idea “fail fast to succeed sooner”?

In generale la pressione porta a innovazioni di tipo incrementale. Le innovazioni visionarie, quelle che portano ai nuovi paradigmi, nascono invariabilmente da contesti in cui ci si astrae dalle urgenze, dai fuochi immediati da spegnere, dall’inseguimento della concorrenza, investendo risorse per rischiare, con uno spirito creativo innervato di imprenditorialità.

Entrambe le tipologie di innovazione sono importanti. Ma la riduzione dello span di attenzione e della capacità di concentrazione provocate dall’utilizzo poco saggio delle nuove tecnologie possono diminuire fortemente il potenziale creativo dell’individuo. Failing fast è utile solo se si è in grado di apprendere lezioni, ma non è una garanzia di futuro successo.

Quali sono, secondo lei, nel 2020, le barriere personali e societarie che possono rallentare la nostra creatività?

Vi sono in generale tre tipologie di barriere alla creatività: epistemologiche, percettive, emozionali. Dal punto di vista epistemologico, bisogna riconoscere che la conoscenza dello stato dell’arte è fondamentale, in quanto fornisce gli ingredienti stessi per la generazione di nuove idee in un certo dominio culturale. Senza ingredienti, nulla può essere preparato. Eppure, per quanto possa sembrare paradossale, la conoscenza pregressa può anche funzionare da barriera: è questo il motivo per cui molto spesso le nuove idee nascono da menti giovani. Non è una questione di agilità cerebrale, ma di minori vincoli.

La storia della scienza e della tecnologia sono piene di esempi di grandi personaggi che non sono stati capaci di andare oltre. Un esempio per tutti: Lord Kelvin nel 1900 affermò che la fisica teorica era finita: rimanevano solo da fare misure sperimentali. Cinque anni dopo, Einstein pubblica la Teoria della Relatività.

Le barriere percettive discendono dal fatto che la nostra attenzione è un filtro a banda molto stretta: è possibile che la realtà stia cambiando sotto i nostri occhi, eppure non ce ne accorgiamo. Uno degli esempi aziendali più eclatanti è senza dubbio quello di Kodak, gigante dominatore del mercato della fotografia analogica, incapace di cogliere l’opportunità della transizione al digitale.

Infine, la barriera emozionale nasce dalla paura: la paura del fallimento, della derisione, della perdita di reputazione, della responsabilità per scelte non banali. Come già detto, essere creativi è, su piccola o rande scala, equivalente a lanciare una impresa: vi è sempre un rischio.

Nell’intervista a Paolo Borzacchiello, lui ha affermato che la realtà esiste nella versione in cui noi ce la raccontiamo, quindi con le nostre storie e con le parole che usiamo: possiamo dire che anche per la creatività è così? Quanta influenza ha il linguaggio nel processo creativo?

La creatività si esprime nel dominio verbale, in quello visivo, in quello corporale. Ognuno ha un dominio di predilezione, ma indubbiamente il modo più comune di generare e rappresentare un’idea è proprio quello verbale, quindi fortemente legato al linguaggio. E nel linguaggio troviamo strumenti fondamentali alla creatività, come l’analogia, la metonimia, la metafora.

Ciascuna persona alfabetizzata ha un universo di frasi e di pensieri verbali di fronte a sé, che attende solo di essere esplorato. Accontentarsi di frasi fatte è davvero sprecare le proprie opportunità.

Il 2020 è stata un anno complesso per tutti sia dal punto di vista professionale che personale, come può la creatività aiutarci anche nel privato in questi momenti non semplici? Vuole dare qualche consiglio?

Tra i tanti studi legati al Covid-19, ce ne sono stati vari anche legati alla creatività. Noi ad esempio abbiamo lanciato uno studio internazionale all’interno di ISSCI (The International Society for the Study of Creativity and Innovation) per tentare di capire se le abilità creative possono aiutare a mitigare gli effetti delle conseguenze negative dell’isolamento e del distanziamento sociale. Hanno partecipato più di mille soggetti tra Italia, Francia, Polonia e USA. I primi risultati sono confortanti, e vanno proprio nella direzione sperata: coltivare la creatività ci fa resistere meglio in queste condizioni di emergenza sanitaria.

Domanda di rito che conclude tutte le nostre interviste, qual è il mantra di Giovanni Corazza nella vita?

La creatività è necessaria alla sopravvivenza della specie umana.

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