Grazia Pallagrosi è una giornalista che ha iniziato a specializzarsi in tematiche di salute e benessere intraprendendo percorsi di spiritualità, psicologia, medicina e neuroscienze. Oggi vive tra l’Italia e la Thailandia, dove condivide gli insegnamenti appresi nel campo della mindfulness e della meditazione. Il suo libro Meditazione facile per umani indaffarati che permette di trasformare la meditazione in una pratica quotidiana è diventato un best seller. Abbiamo avuto il piacere di poterle fare alcune domande.

Grazia Pellagrosi, per chi non ti conoscesse, ci racconti un po’ di te e quello che fai?

Io faccio 2 cose fondamentalmente: scrivo, sia come giornalista che come autrice e insegno. In entrambi gli ambiti mi occupo di benessere profondo e di tutte le tematiche che riguardano il miglioramento dello stato di benessere personale e collettivo.

Il tuo percorso ti ha portato ad approfondire diversi ambiti, oltre a quello medico anche quello spirituale, psicologico e delle neuroscienze. Come ti sei avvicinata a queste discipline e cosa ti ha portato a questa voglia di volere apprendere di più?

Ho sempre avuto un’esigenza mia personale di dare un senso all’essere umano e di dare un senso al fatto che se siamo qua dobbiamo farlo in maniera felice, sana e serena, sia all’interno di noi stessi che nelle relazioni con ciò che ci sta intorno. È questa curiosità che mi ha portato a cercare il senso dell’essere umano in questa dimensione terrena e quindi siccome l’essere umano nelle varie componenti – intellettiva, emotiva, spirituale, fisica – non è separabile ma è tutto un insieme, mi sono poi occupata delle varie scienze o discipline che si occupavano di indagare i vari aspetti, i vari piani, di cui siamo composti, in questo intreccio che è la nostra vita umana.

Nel tuo avvicinarti a diverse discipline e culture, hai viaggiato tanto tra Asia, Cuba, Costa Rica giusto per citarne alcune. Che significato ha avuto nella tua vita il viaggio? Quali sono gli insegnamenti e le consapevolezze che hai acquisito? 

Io sono una cercatrice, il viaggio è un modo per cercare. Non ho mai viaggiato per turismo ma sempre per aprire la mente e sono sempre stata convinta che la realtà e la cultura in cui ognuno di noi vive è limitante finché non viene messa a confronto. Per confronto non intendo paragone ma un intreccio con altre culture che sono diverse. Per cui il viaggiare per me ha significato inserirmi in altre culture in modo da respirarle, da viverle. Avere una conoscenza nozionistica delle altre culture non mi è mai bastato quindi l’ho fatto per portare nella concretezza dell’esperienza quotidiana su tutti i piani, come dicevo prima, di cui siamo composti, questo processo comprensivo. Comprensivo perché la comprensione si basa su una concretezza dell’esperienza. Poi avendo una propensione verso la spiritualità mi sono orientata verso quei paesi dove la spiritualità ha ancora un posto preponderante nella cultura.

In Thailandia, non ci sono venuta perché mi piaceva l’idea di venire in Thailandia, perché vivendo in Italia purtroppo ero impregnata dei luoghi comuni che associavano per esempio la Thailandia al turismo sessuale o cose di questo tipo. Ci sono capitata per caso, ma il caso non esiste. Sono dovuta venire qui per lavoro, dopo lo tsunami per fare un reportage e fare delle interviste. In quell’occasione mi sono innamorata della loro mentalità, che davanti alla tragedia riusciva a rispondere, per via dell’addestramento mente-cuore, in maniera bilanciata, centrata, serena e senza un lamento, senza una frase pessimista. Questo proprio per la forte componente spirituale che è nel dna culturale di tutte le persone, al di là del fatto che fossero colte o no, è una questione di approccio alla realtà. Il viaggio quindi ha rappresentato questo: la conoscenza, il confronto, l’apertura mentale, il contatto e l’integrazione con altre culture molto diverse da quella occidentale e dove la componente spirituale fosse fondamentale.

Ci racconti come ti sei avvicinata alla mindfulness?

Qui vorrei fare una piccola precisazione. Nella cultura occidentale, quando si dice mindfulness, le persone pensano al protocollo di riduzione della stress basato sulla mindufulness di Jon Kabat-Zinn. Quella non è la mindfulness, quello è un metodo, basato sui principi della mindfulness che consente in maniera sistematica di trattare malattie e stress correlati e poi dall’ambito clinico è stato allargato e utilizzato fuori da quest’ambito.

La mindfulness è una componente fondamentale della psicofilosofia buddhista ed è lo stato della mente-cuore: è un modo di vivere che una persona installa dentro di sé, in seguito a un costante addestramento mentale. In questo modo di vivere la persona riesce a stare ben radicata nel momento presente, con una concentrazione attenta su tutto ciò che accade momento dopo momento, senza giudicarlo. Non c’è quindi solo una componente di consapevolezza, come spesso viene tradotta erroneamente la mindfulness, ma è sati , la parola in lingua Pali da cui è stata tradotta la parola mindfulness. È una piena presenza equanime a tutto ciò che senti dentro di te, quindi c’è anche una componente di amorevolezza, di accettazione, di gentilezza, di compassione, di comprensione.

Questa mindfulness è il cuore del buddhismo e ci sono arrivata tramite il buddhismo che è la mia filosofia, la mia religione anche se non si può intendere nel termine generale occidentale perché il buddhismo non ha una divinità. E poi ci sono arrivata perché uno dei miei principali maestri, il maestro Thích Nhất Hạnh, è stato il principale divulgatore della mindfulness agli occidentali, rendendo la pratica zen comprensibile e praticabile. La vera mindfulness non sono metodi che ti insegnano per raggiungere il benessere o superare un problema specifico, sono invece degli addestramenti a un modo di vivere. La mindfulness è uno stile di vita che ha dentro di sé anche una componente etica molto spessa. L’errore comune è quello di considerarlo un metodo e così facendo lo privi di tutta la sua base etica che invece è la base fondante.

Quali sono i benefici che hai notato nella tua vita da quando hai introdotto la mindfulness nella tua quotidianità?

A parte aver avuto benefici in termini psico-emotivi, perché se sei sempre centrato, in uno stato di serenità e di calma in cui qualunque cosa accada non ti sbilancia perché lo vedi come un fenomeno temporaneo, l’altro beneficio è quello etico. Inizi a vivere in un modo etico, per me questo ha significato diventare consapevole del mio modo di mangiare, nel mio modo di comprare, nel mio modo di viaggiare, nel mio modo di impattare sul pianeta, nel mio modo di considerare il lavoro… tutto questo comparto etico che è fondamentale.

Per me ha significato modificare la mia vita su questi principi, anche banali e nel quotidiano come fare la spesa. Io non faccio la spesa al supermercato perché sono consapevole cosa significa per le persone che sono coinvolte nella catena produttiva. Vivere la vita in stato di mindfulness ti porta veramente a vivere fuori dagli schemi, a fare delle scelte etiche che diano un senso ad ogni piccolo gesto, da quando ti alzi alla mattina fino a quando vai a letto la sera: come ti vesti, la casa in cui vivi, cosa compri quando fai la spesa…

Visto che hai citato il cibo e il fare la spesa, tu ti occupi anche di mindfulness cooking, ovvero portare la mindfulness in cucina. Ci spieghi in cosa consiste in maniera più dettagliata e quali sono i benefici?

Sfato un luogo comune sulla mindfulness eating: l’hanno spacciata come un metodo per essere consapevoli di quello che mangi e di quello che provi quando mangi in modo da non ingrassare… l’hanno associanta tantissimo al controllo del peso, alle diete… In realtà i maestri buddhisti che hanno fondato il mindfull eating e il mindfull cooking parlano dei vari nutrimenti di cui noi ci alimentiamo, ma non è solo il cibo. Io per vivere non mangio solo proteine, carboidrati, vitamine, grassi… io per vivere mangio anche informazioni, mangio anche sensazioni… prima di mangiare un micronutriente io mangio sensazioni, l’odore del cibo, l’aspetto che ha quando lo vedo nel piatto, al tipo di emozioni che mi scatena quando metto un boccone in bocca e questo mi fa nascere degli stati d’animo piuttosto che dei ricordi… Il mindfull cooking parte proprio da questo, del rendersi conto dei vari nutrienti di cui noi abbiamo bisogno per vivere in equilibrio con noi stessi, col nostro corpo, con il nostro sistema mente-corpo, e poi con il sistema esterno in cui siamo inseriti, perché non siamo disconnessi dalla comunità, che a sua volta ci nutre.

Noi siamo nutriti anche dalle opinioni nel contesto in cui viviamo, dalle conversazioni che ascoltiamo, dai programmi tv che vediamo, dalle riviste che leggiamo… quindi la base del mindfull cooking e del mindfull eating è prendere consapevolezza di questo. Una volta che conosci i vari tipi di nutrienti che devi gestire, allora consapevolmente puoi mettere insieme uno stile alimentare. Indipendentemente dalla scelta consapevole che hai fatto di essere onnivoro, vegetariano, vegano etc. poi inizi anche a cucinare basandoti su questi concetti, quindi se devi stabilire per esempio una piramide alimentare, che mantiene la salute tua, la salute della tua relazione con la comunità, la salute delle relazioni con l’ambiente e con il pianeta, lo fai con cognizione di causa e puoi fare una spesa consapevole. Dopo di che nel mindfull cooking ci sono tutta una serie di ricette che si basa su questa presa di consapevolezza, che è fondamentale e che è completamente diversa da quella a cui ci hanno abituati.

Ci hanno sempre detto per mangiare sano devi preferire questi nutrienti ed evitare gli altri, ci sono dei cibi che fanno bene e altri che fanno male, qui l’approccio è completamente diverso, primo perché devi essere consapevole dell’impatto che un certo tipo di scelta ha su di te, sulla comunità, su tutti gli essere senzienti e sul pianta intero. Da qui parti per ristrutturare l’approccio al cibo, che terrà conto dei vari piani di cui sei composto: la parta biochimica, la parte emozionale, la parte sensoriale, la parte cognitiva. Faccio un esempio: se io mangio un buon cibo in ufficio e so che il cibo è molto buono, cucinato da me con cura ma quando mangio sono insieme a dei colleghi che si lamentano in continuazione, o parlano del lavoro che dovranno fare dopo, io comunque mi sto avvelenando.

Il tuo libro Meditazione facile per umani indaffarati, è diventato un best seller. In questo libro ci sono 21 tracce vocali che permettono di trasformare la meditazione in un’abitudine quotidiana. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? Perché pensi che sia così importante introdurre la meditazione nelle nostra quotidianità?

L’idea di scrivere questo libro è nata più per un’esigenza dei miei allievi. È come se avessi deciso di scrivere un libro di testo che facesse un po’ da base per i miei corsi e dal fatto che molte persone non potessero venire ai miei corsi perché abitavano lontano. La domanda è stata: “Ok, io posso anche scrivere un libro, ma poi chi ti guida?” Per imparare ognuno di noi ha bisogno di un maestro, e questo maestro nella concretezza della voce può fare tantissimo nel portarti dentro la meditazione in un modo piuttosto che in un altro. Quindi mi sono detta, faccio questo manuale dove però invece di scrivere solamente ci metto anche le pratiche, le meditazioni guidate che puoi scaricare.

L’altro problema però che ho notato in tutti questi anni in cui mi sono occupata dell’argomento, è che le persone pensano di non avere tempo per meditare e questo pensiero non ha nessuna base effettiva, è frutto di un’abitudine di pensiero. Le neuroscienze ci hanno messo nelle condizioni di vedere come funziona il cervello, noi prima non sapevamo come funzionava quando si doveva inserire una nuova abitudine, una cosa ti devi sforzare di farla finché non diventa un’abitudine, se invece lo è la fai in automatico senza nessuno sforzo. Rendendo la meditazione un’abitudine andiamo a fare qualcosa per pulire la nostra mente, perché la mente ogni giorno si sporca con le tossine che noi assumiamo dall’interno e dall’esterno (come pensieri tossici, emozioni malsane, pensieri negativi, rabbia, paura, ansia…) e questa pulizia la puoi fare solo meditando. Quindi è fondamentale per avere una mente pulita che garantisca da un lato un equilibrio emotivo e dell’altro la possibilità di percepire la realtà in maniera corretta e non distorta.

La meditazione deve diventare un’abitudine affinché non arriviamo a dire dopo qualche giorno “basta, non ho tempo non la faccio” e per diventare un’abitudine dobbiamo fare sì che la rete neurale s’installi a poco a poco nel nostro cervello, che i collegamenti sinaptici che formano una rete neurale abbiano il tempo di crearsi e stabilizzarsi e questo avviene attraverso la ripetizione progressiva. Se io tutti i giorni ripeto lo stesso gesto, il primo giorno per un minuto, il secondo giorno per due e così via, ho sia la ripetitività che la gradualità che sono i due elementi che mi permettono di creare una rete neurale nuova. In questo modo, quando poi mi alzerò dal letto alla mattina la prima cosa che farò in maniera spontanea sarà meditare.

L’idea che c’è sotto al mio libro è questa. Non è detto che servano solo 21 giorni, magari ne possono servire 29… siamo comunque in un momento in cui le mutazioni avvengono con una rapidità estrema, per cui diciamo che tra i 21 giorni e un mese noi riusciamo a creare una rete neurale nuova che ci consente di approfittare del beneficio “igienico” della meditazione, cioè pulire la mente dalle tossine, senza sforzo.

Collegandoci proprio a questo, quali sono i consigli che ti senti di dare a chi si avvicina alla meditazione per la prima volta?

Di iniziare proprio così. O di andare a fare un corso da un bravo maestro, che abbia le competenze e la maturità spirituale per farlo, oppure iniziare così a poco a poco. Il libro aiuta tanto proprio perché ti dà sia la guida della voce e poi te lo fa fare in maniera graduale. Alla fine è come quando fai una dieta, se decidi di farla per 15 giorni riducendo al minimo le calorie per perdere peso pensando poi di essere a posto è proprio il contrario. Non sei a posto perché è una cosa che ti sei imposto sotto uno sforzo continuo, è una frustrazione e non dai a questo nuovo comportamento la possibilità di diventare un’abitudine perché te la imponi in toto dall’inizio. E così quando arrivi alla fine dei 15 giorni sei talmente frustrato che ricomincia a mangiare male come prima, se non peggio.

Lo stesso vale per la meditazione. Se io impongo a una persona che non ha mai meditato, di meditare 20 minuti al giorno tutti i giorni, magari lo fa quando è in vacanza, ma quando ritorna nel turbinio della vita quotidiana non lo fa più. Invece è quando siamo proprio nel turbinio della vita quotidiana che ci serve meditare perché ci permette di non perdere la bussola, di stare emotivamente centrati, mentalmente lucidi e non farci abbindolare da tutte le cose che arrivano dall’esterno che sono sempre più condizionanti.

Proprio su questo vorrei farti la prossima domanda, in questo periodo non proprio positivo che sta attraversando il mondo, tra informazione non sempre corretta e decreti che fanno scattare il panico, restrizioni e quarantene, come possiamo affrontare il tutto in maniera più serena e senza allarmismo?

Non cercare le certezze fuori. Noi stiamo entrando ora in un periodo dove tutte le certezze che crolleranno. Tutte le certezze, i nostri punti cardinali dati dalla nostra cultura, dal nostro sistema economico, dal nostro costume, dal nostro modo di vivere stanno per crollare. Quindi prima cosa, non cercare le certezze all’esterno.

Le certezze le dobbiamo cercare dentro di noi, nel proprio balance psicoemotivo, attraverso la meditazione di consapevolezza. Quando sei tranquillo, rilassato, sereno, la mente non continua a scappare da un pensiero all’altro, quello è il punto di partenza, quello è il punto per iniziare a lavorare e prendere il timone della propria vita. E lo fai andando a cercare tutti gli automatismi che ti condizionano negativamente e ti rendono permeabile, fragile e vulnerabile a tutti gli input che ti arrivano dall’esterno. Quindi quello che io consiglio è di meditare tanto. Più la situazione esterna è confusa e insicura, più serve chiudere gli occhi verso l’esterno e aprire quelli interiori e cercare il proprio centro, come diceva Battiato, un centro di gravità permanente. E non lo trovi fuori, è solo dentro di te. Attraverso la meditazione lo trovi e poi quel centro lì, farà come l’ago nella bussola, in qualsiasi situazione ti troverai ti aiuterà a procedere nel modo giusto, a fare le scelte giuste.

Dopo questo lockdown, molti lavori purtroppo non ci saranno più, si creeranno anche problemi economici per molte persone che non sanno come andare avanti. Questo è proprio il momento di affidarsi alla bussola di cui parlavano prima, è lei che ti orienterà verso nuove dimensioni mettendo a tacere la mente logico-razionale che è quella più condizionata dalla realtà in cui abbiamo vissuto fino ad ora, perché si basa su degli schemi di valutazione che sono quelli a cui siamo abituati e ragiona in modo lineare e darà voce invece alla mente creativa, quella che fa le magie, quella che ti dà idee, ti fa venire illuminazioni per lavori nuovi, ti fa incontrare persone che potrebbero diventare dei fari o con cui creare qualcosa di nuovo, ti fa accadere cose che magari non ti aspettavi per creare una strada nuova. E spero davvero sia una strada nuova quella in cui ci stiamo per addentrare tutti. Questa è un’opportunità che abbiamo di aprire un nuovo cammino e spero che le collettività non si concentrino a ripristinare quello vecchio che sappiamo essere stato autodistruttivo e fallimentare.

Il mantra nella vita di Grazia Pallagrosi?

Ti amo. Questo è il mantra. Quando arrivi a sentire questo sentimento che non è l’amore per una persona ma è come un’acqua che trabocca, acqua di gratitudine, di meraviglia, di passione e di entusiasmo. Quando senti questo verso tutto ciò che ti circonda, allora veramente vivi in uno stato di benessere e felicità stabile.

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