Il venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce è un monaco buddhista italiano, l’unico italiano nella storia a cui sia stata ufficialmente riconosciuta la reincarnazione di un Grande Maestro. Inizia la sua carriera come importante manager per alcune aziende, ma capisce ben presto che quella non è la sua strada e dal 1995 si occupa a tempo pieno della diffusione del Buddhismo in Occidente. È il fondatore del Centro Studi tibetani Mandala e del Monastero Mandala Samten Ling di Graglia Santuario, e abbiamo avuto il piacere di approfondire con lui quella che per alcuni è più una filosofia di vita che una vera e propria religione. Ecco la grande lezione che ci ha ispirato.

E’ una religione ma per molti è più una filosofia di vita, in che cosa consiste il Buddhismo?

Penso da sempre che tutte le religioni propongano sistemi filosofici rivolti all’uomo e al suo comportamento quotidiano. Così è anche per il Buddhismo, nato in India oltre 2500 anni fa, il quale  basa la propria tradizione sulla credenza che ogni individuo sia legato da tempo senza inizio al ciclo delle rinascite, e contempla per ciascuno di noi differenti vite vissute come esseri infernali, o come spiriti affamati, animali, uomini, semidei e dei. Nessuna di queste condizioni è eterna e tutti gli esseri passano incessantemente da uno stato all’altro in relazione alle azioni positive o negative compiute.

Se oggi ci comportiamo negativamente, il frutto di tali azioni non si ripercuoterà soltanto nella vita che facciamo, ma ci porterà a rinascere in una esistenza infelice; se invece ci comportiamo positivamente potremo contare in una serena vita attuale e in una rinascita favorevole. Questa dinamica è detta legge  del Karma.

Ma indipendentemente dalla possibilità di ottenere vite future più o meno soddisfacenti, il Buddha, al momento del suo risveglio spirituale, intuì che l’esistenza ciclica porta sempre sofferenza negli esseri, formulò la inconfutabile teoria delle “Quattro nobili realtà” e indicò la via per interrompere il ciclo delle rinascite: essa consiste nella eliminazione di pensieri, parole e azioni nocivi a noi e agli altri e nella produzione di azioni virtuose o positive, così che il Karma generato nelle vite precedenti possa essere completamente e definitivamente eliminato e l’individuo, finalmente libero, possa raggiungere l’illuminazione e non rinascere più.

Per chi conoscesse poco il Buddhismo, quali sono i pilastri fondamentali?

La base degli insegnamenti di Buddha è costituita dalle “Quattro Nobili Realtà”: la sofferenza esiste, ha una origine, può essere eliminata, il metodo per eliminarla. Tra le molte parole che identificano il Buddhismo ve ne sono alcune di rilievo fondamentale: il Karma, la rinascita, la rinuncia e la vacuità.

“Karma” vuol dire azione: la legge del Karma dice che ogni azione produce conseguenze che chi le compie dovrà obbligatoriamente incontrare. Tutto ciò che facciamo genera Karma. Tutti gli esseri sono soggetti alla legge del Karma, ma purtroppo non hanno la capacità di affrancarsi da essa perché vivono in uno stato di grande confusione mentale legato al desiderio, all’odio, alle illusioni.

Dunque, spinti dalla brama, restano ancorati al ciclo delle rinascite: non avendo, per debolezza o attaccamento, la forza di rinunciare ai pensieri, parole e azioni che generano Karma, essi continuano tempo senza origine passare da una vita all’altra.

Il concetto di “vacuità”, secondo cui tutte le cose sono composte e sono prodotte da una serie di fenomeni interdipendenti e pertanto sono vuote di una esistenza autonoma, è forse il più difficile da comprendere per noi occidentali. Una parola chiave che comprendiamo benissimo ma volutamente ignoriamo è “egoismo”: ogni nostra azione impura nasce dall’egoismo e soltanto eliminando l’ego potremo generare quell’altruismo e quella compassione che ci permetteranno di tenere alla felicità degli altri più che alla stessa nostra vita.                

Un altro termine importante è “impermanenza”: sapere che niente dura e tutto cambia ci può aiutare a sdrammatizzare certi avvenimenti.      

Infinite altre parole possono connotare il Buddhismo: umiltà, generosità, pazienza, tolleranza, consapevolezza, ma anche equanimità, amore e gioia. E non dimentichiamo la meditazione, una condizione essenziale nella pratica di ogni scuola Buddhista.

Lei è nato da genitori italiani e l’Italia è un paese prettamente cattolico. Come si è avvicinato al Buddhismo e cosa l’ha portata nel suo viaggio spirituale a voler approfondire questi insegnamenti?    

La mia esperienza non è singolare. E’ semplicemente una esperienza di vita. Sono nato in una famiglia italiana, da genitori cattolici che per tradizione mi hanno educato cattolicamente. Ho trascorso la mia infanzia e parte della adolescenza a scuola dalle suore e la domenica all’oratorio dai frati. Mi sentivo attratto dalla atmosfera di spiritualità che respiravo pressoché a tempo pieno: ero il primo ai corsi di catechismo e servivo Messa con grande partecipazione. Ma verso i dodici anni cominciai a pormi domande alle quali da solo non sapevo rispondere, e purtroppo nel trasferire quegli interrogativi ai religiosi che frequentavo, mi trovai di fronte a una barriera insormontabile: i dogmi della fede. Anziché ricevere spiegazioni mi sentivo sempre più spesso rispondere “Se non hai fede, non puoi capire”.               

Per alcuni anni pensai di essere ateo, ma poi ritenni cosa saggia divenire possibilista su tutto, anche a proposito di Dio. E mi collocai tra gli agnostici, dedicandomi ad altre faccende: lavoro, divertimenti, affermazione sociale…  Ma intorno ai quarant’anni, nel pieno di una promettente carriera, ho deciso di dedicarmi alla mia crescita interiore e allo studio delle religioni. Nel tentativo di approfondire la conoscenza delle diverse tradizioni ho incontrato il Buddhismo.

Mi piaceva l’idea che il Buddha non fosse un profeta né un figlio di Dio, ma fosse semplicemente un uomo impegnato in una ricerca da svolgere personalmente, perché nessuno può illuminarsi per noi e tutti dobbiamo fare direttamente le esperienze che ci portano alla liberazione. Trovandomi molto vicino a questa posizione, fui particolarmente attratto dal Buddhismo Tibetano, ricco di fascino esoterico e ispirato ad una tradizione secolare. E un bel giorno, approfittando delle ferie, partii per il Nepal alla ricerca di un Maestro tibetano che trovai immediatamente in un monastero di Kathmandu. Da allora, e per diversi anni, spesi tutte le mie vacanze in Nepal e in Tibet non considerandomi un buddhista ma piuttosto un libero ricercatore, forse per un’intima resistenza alle etichette che continuo a mantenere tuttora.

Ho deciso di prendere i voti quando ho compreso che in fondo siamo tutti un po’ buddhisti e io in particolare lo ero sempre stato. Nel 1990 sono stato ordinato monaco e nel 1995 sono stato riconosciuto come la reincarnazione di un Lama tibetano vissuto nel 1600. A quel punto ho deciso di lasciare il lavoro e dedicarmi totalmente alla diffusione del Buddhismo in occidente. Personalmente non mi ritengo un illuminato né un santo e neppure un grande iniziato. Cerco di essere utile al prossimo trasmettendo le cose che mi sono state insegnate e che credo di avere capito, mettendo la mia esperienza a disposizione degli altri.

Quale è la domanda che si sente rivolgere più spesso da chi si avvicina per la prima volta al Buddhismo? Cosa risponde?     

In genere chi desidera accostarsi al Buddhismo tibetano mi chiede se ci sono dei libri da leggere per conoscere meglio questa tradizione. Io suggerisco di iniziare la ricerca attraverso i libri di S.S. il Dalai Lama che sono numerosi, chiari e parlano al cuore di tutti. A questi propongo di aggiungere un affascinante testo di Lama Govinda, intitolato La via delle nuvole bianche.

In una società come quella odierna in cui l’apparenza e l’ostentazione sono tra i protagonisti, una persona come potrebbe ritrovare il proprio centro per il vero benessere?

Nel Buddhismo la pratica principale che porta alla stabilità interiore è la meditazione. Ovviamente per imparare a meditare bisogna affidarsi a un istruttore qualificato ed esercitarsi tutti i giorni. Oggi la gente cerca la calma interiore per poter vincere lo stress della frenetica vita quotidiana e confonde lo yoga che si fa nelle palestre con il percorso spirituale buddhista. In effetti una certa affinità c’è, ma alla base della meditazione buddhista non si trova soltanto la ricerca di serenità ma ci deve essere soprattutto l’intenzione di sviluppare l’altruismo e la compassione verso tutti gli esseri senzienti.

Cosa è per lei la felicità? 

Felicità è un termine che fa riferimento a uno stato assoluto della mente, quindi difficilmente raggiungibile. Sul piano ordinario direi che possiamo parlare di serenità, una condizione che l’uomo può ottenere attraverso la chiarezza interiore, il benessere e la pace. In quest’ottica gli individui sono chiamati a due generi di responsabilità: la responsabilità personale e quella collettiva.

La fattiva consapevolezza e l’obiettività di una mente temprata dalla meditazione, sono fattori utili per assicurare quella positività che può portare a una migliore qualità della vita per tutti. Il messaggio buddhista passa attraverso la pace interiore: uno stato di tranquillità necessario per affrontare con equilibrio i problemi della vita. Un equilibrio che si traduce soprattutto in accettazione, amore, servizio reciproco e solidarietà.    

La meditazione è una pratica fondamentale nel Buddhismo, quali sono i benefici che ne derivano e perché dovrebbe far parte della nostra quotidianità indipendentemente dalle nostre credenze religiose?

Secondo la tradizione Buddhista la meditazione serve per trasformare la mente del praticante eliminando dal suo cuore e dalla sua mente i veleni derivanti dal desiderio e dall’attaccamento, dalla avversione e dalla rabbia, dalla confusione e dalle illusioni. Infatti la pratica del meditatore ha come scopo la liberazione degli individui dalla sofferenza e il bene per tutti gli esseri senzienti.                                 

Un atteggiamento che porta all’armonia e a promuove la fraternità, la tolleranza, l’amore, la compassione e l’altruismo. Colui che riesce a coltivare questi comportamenti contribuisce alla propria evoluzione spirituale ma sviluppa anche una corretta presenza sociale in un mondo che è sempre più confuso e bisognoso di pace. La pace è una istanza dello spirito umano e tutte le religioni che hanno questa finalità svolgono un compito di altissimo valore perché hanno come denominatore comune l’amore e la felicità del prossimo.

Citando un insegnamento del Buddha: “Non rimuginare sul passato, non sognare il futuro, concentra la mente sull’istante che stai vivendo “, come è possibile riuscirci in maniera efficace?

Il segreto sta proprio nella concentrazione. Il passato infatti non c’è più e i ricordi sono come un sogno. Il futuro non c’è già e quando pensiamo al futuro sogniamo ad occhi aperti. Pertanto l’unico momento reale è quello presente che dobbiamo vivere così com’è senza lasciare che la nostra mente venga affollata da pensieri illusori.

Pertanto concentrare la mente sull’istante che stiamo vivendo e su ciò che stiamo facendo è un modo efficace per essere consapevolmente presenti. Ovvero dobbiamo vigilare su ciò che stiamo per fare e poi restare concentrati su ciò che stiamo facendo. Si tratta di controllare la mente e farle fare quello che vogliamo noi, anziché farci condizionare dalle emozioni perturbanti. Ad esempio, prima di parlare chiediamoci se facciamo un discorso corretto o meno.

Abbiamo vissuto e stiamo vivendo un momento forse tra i più difficili degli ultimi decenni, caratterizzato da incertezza, insicurezza e anche un po’ di paura. C’è un messaggio che vorrebbe condividere in merito?

Se vogliamo vedere la vita consapevolmente, uno sguardo pochi metri oltre la finestra di casa ci presenta uno scenario di sofferenza comune a tutta l’umanità. Paura, solitudine, malattie affliggono anche individui che abitano nel nostro condominio o nel nostro quartiere. Il villaggio globale parte dall’uscio di casa nostra. Se vogliamo concretamente sviluppare altruismo e compassione possiamo cominciare da qui, ma il primo e più importante passo lo facciamo cambiando noi stessi, estirpando completamente e definitivamente dentro di noi le radici dell’invidia, della gelosia, dell’odio e del desiderio, in modo da eliminare le cause che producono effetti devastanti.

Nel nostro piccolo possiamo certamente riflettere sulla responsabilità che ciascuno di noi ha di apportare il proprio contributo di armonia dentro di sé e nell’ambiente che lo circonda. E lo dobbiamo fare qui e ora.

Se volete sinceramente aiutare il mondo io vi esorto a cambiare voi stessi.

Concludiamo tutte le nostre interviste con questa domanda: quale è il mantra nella vita di Lama Paljin?

Niente dura, tutto cambia: usa le circostanze avverse come opportunità di crescita

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1 commento

  1. Gli insegnamenti dei Maestri hanno il dono della semplicità per come sono formulati ma la loro messa in pratica richiede impegno e costanza. Grazie Lama Paljin per quello che fai.

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