Marco Sebastiani è un insegnante yoga da più di 20 anni e probabilmente lo conoscerai meglio come Marco_yoga, il suo nickname su Instagram dove ha più di 16 mila follower. Con lui abbiamo voluto approfondire i benefici dello yoga, il suo ruolo come praticante e insegnante (anche durante il lockdown) e il suo parere sulla componente più spirituale legata a questa pratica.

Marco tu sei un istruttore internazionale certificato di yoga e hai iniziato il tuo percorso nel 1994 recandoti proprio in India. Ci racconti cosa ti ha portato a intraprendere questa strada e quando hai capito che era davvero quella giusta per te?

Un caro saluto a tutti e, innanzitutto, grazie per l’interesse dimostrato e per questa intervista. Come spesso accade nella vita, il mio incontro con lo yoga in India è stato casuale. Avevo venti anni e avevo deciso di intraprendere un viaggio lungo, ero all’università e quindi potevo farlo, avevo il tempo, la scelta ricadde sul Sud dell’India per il fascino misterioso che la ricopriva e perché me ne avevano parlato alcuni amici, ma nulla di particolarmente progettato. Studiavo antropologia, e quindi la ricchezza culturale e la varietà mi incuriosivano. A circa metà del mio viaggio ho conosciuto casualmente una persona, un sadhu, un monaco rinunciatario, con cui sono diventato amico e che mi ha fatto conoscere lo yoga.

Sono tornato diverse volte in India fino in tempi recenti, è un posto nel quale incredibilmente, viste le enormi e indescrivibili differenze con il nostro mondo, mi sento a casa. Le persone hanno quella grande accoglienza e quella curiosità per cui è sempre un’esperienza straordinaria viaggiare nel paese.

Per molti anni ho praticato yoga per conto mio, non ero pronto per frequentare i centri qui a Roma, facevo sempre, stupidamente, un paragone con l’India. Poi è scattato qualcosa, ho trovato un insegnante con cui mi piaceva molto praticare, l’ho seguito per alcuni anni e ho affrontato il percorso per diventare a mia volta insegnante, sotto la sua guida.

Inizialmente l’idea era solamente di approfondire gli aspetti biomeccanici, medici e di approccio “occidentale” alla pratica, perché non ne sapevo nulla, avendo sempre approfondito il lato più filosofico, i testi antichi e queste cose qui. 

Oggi sono ancora molto innamorato dello yoga, riservo alla mia pratica personale un paio di ore tutte le mattine, ma ogni volta è un immenso piacere. Continuo anche a studiare, spesso con maestri molto differenti gli uni dagli altri.

Quali sono i maggiori benefici per mente e corpo che riscontri praticando yoga tutti i giorni e che ti aiutano nella quotidianità come nelle relazioni personali?

Iniziamo dagli aspetti fisici, che appaiono fin da subito molto evidenti. Dopo questi anni di pratica quotidiana la cosa più bella è vedere che si è tracciato un percorso di cambiamento, lento, lentissimo, ma costante. Questo è meraviglioso, il corpo diventa più forte e più flessibile sin dal primo momento. La sensazione è molto bella.

Andando avanti si acquisisce controllo e si fanno cose che assolutamente ritenevamo impensabili. Questo non vuol dire necessariamente mettersi i piedi nelle orecchie come vediamo su Instagram, ma sviluppare un controllo del corpo, psico-fisico, che per noi sia eccezionale rispetto al punto di partenza.

Già solo la postura quotidiana ed il modo di respirare cambiano costantemente durante il nostro viaggio e si può osservare anche nei primi mesi di pratica.

Veniamo quindi alle relazioni personali. Credo che lo yoga mi abbia aiutato tantissimo a diventare più paziente, a saper osservare le persone, a non formulare giudizi affrettati, anzi a non formulare proprio giudizi, ma a godere del rapporto sincero con qualsiasi persona.

Dedicando a se stessi alcune ore nella giornata, in solitudine e concentrazione, cercando di acquietare completamente i pensieri, credo si sviluppi una diversa e acuita sensibilità verso i propri sentimenti e le proprie emozioni, e quindi in buona sostanza anche verso gli altri.

Cambia il corpo, cambia il modo di respirare, cambia la nostra mente e quindi cambia il nostro modo di stare al mondo.

Ci sono diversi stili di yoga, perché tu hai scelto proprio il Vinyasa e quali sono le sue principali caratteristiche?

Durante gli anni ho praticato stili molto diversi di yoga. Dagli inizi in India, con un sadhu, uno yoga completamente diverso da quello a cui siamo abituati, fino poi all’Hatha Yoga, all’Ashtanga e al Vinyasa.

Ho deciso di insegnare Vinyasa perché credo che sia lo stile che più risponde alle esigenze delle persone che vengono nei centri di Yoga. Lo yoga molto meditativo e, diciamo, “religioso”, che mi è stato insegnato in India e che in parte pratico ancora oggi, con tempi molto lunghi, canti e esercizi di respirazione, è difficile da proporre a chi magari è uscito dall’ufficio e poi deve correre a casa sommerso da mille impegni.

Difficilmente, secondo me può fare al caso di una persona calata nel nostro stile di vita, il cui approccio è necessariamente saltuario. Allo stesso modo, gli stili più rigidi, impegnativi, che richiedono una pratica costante di alcune ore, tutti i giorni, molto esigente sia mentalmente che fisicamente, rischiano di stressare ulteriormente i praticanti. Credo quindi che il Vinyasa abbia quel grado di adattabilità per cui possa venire incontro a tutti.

In un’ora, un’ora e mezza, si riesce a dare un po’ di sollievo al corpo intorpidito, a sviluppare quell’attenzione al momento presente che permette di staccare mentalmente dalle preoccupazioni e dallo stress psicologico che caratterizzano ormai la maggioranza delle persone.

È poi possibile adattare la pratica al gruppo, al momento, se non proprio al singolo individuo. Sia ragazzi che persone in là con gli anni oggi arrivano spesso in sala con il corpo talmente dolorante e intorpidito per cui è difficile iniziare a fare qualsiasi movimento anche solo per due giorni di seguito. Questo, unito ad un approccio mentale di continuo pensare, guardare il cellulare, preoccuparsi, guardare gli altri, è una combinazione devastante.

Lo yoga, se riesce a fare un minimo di breccia, può dare moltissimo in queste situazioni. Qui arriviamo ad un altro paradosso, lo yoga sta diventando un farmaco per mitigare una vita da schifo. La speranza è che si riesca ad andare un po’ oltre e che le persone si inizino a fare domande un po’ più profonde sul proprio stile di vita e la propria salute mentale.

Proprio perché ci sono diversi tipi di yoga, quali domande dovrebbe porsi una persona che vuole iniziare una pratica yoga per la prima volta?

Secondo me non dovrebbe farsi nessuna domanda. Già per il fatto di aver riconosciuto la possibilità di aver bisogno di qualcosa per stare meglio, di un tempo da dedicare a se stessi, è un grande passo. La consapevolezza deve essere che qualsiasi maestro troverà davanti, questo gli proporrà il suo yoga, qualcosa di diverso dagli altri.

Il consiglio è di farsi guidare dall’ispirazione, dall’intuito, provare tante lezioni e poi fare le proprie scelte, magari mescolando anche stili diversi in giorni diversi, senza dogmi, guardando a quello che si ha voglia di fare, a cosa piace e dà sollievo, senza aspettative.

Ecco, forse questo è il consiglio che mi sento di dare. Godetevi ogni singola pratica senza aspettative. Poi ci saranno anche pratiche che non ci piacciono, maestri che fanno una lezione che ci fa schifo, può succedere, ma facciamo le nostre scelte guidati da come abbiamo trascorso quell’ora, da come ci sentiamo dopo, non da un’immagine che ci siamo creati o da obiettivi fasulli come perdere peso, fare la verticale sulle mani o riuscire a meditare per due ore consecutive a gambe incrociate (sì lo so, oggi nessuno aspira e meditare per due ore a gambe incrociate, ma era un esempio 😀 ).

Quali sono invece le domande che ti vengono rivolte più frequentemente in quanto istruttore? Molti pensano che la parte più difficile sia la capacità di eseguire determinate asana (posizioni), ma secondo te qual è l’aspetto più complesso con cui confrontarsi?

L’aspetto più difficile e più importante, secondo me, è la costanza nella pratica. Passato il momento iniziale e quindi capito quale sia la giusta pratica per noi, il giusto mix di respirazione, posizioni, concentrazione, equilibrio e meditazione, l’aspetto più importante e difficile è portarla avanti nei mesi, negli anni. Ma questo è anche il modo in cui si hanno i benefici più grandi.

Poca pratica, piccoli benefici, grande pratica costante negli anni, grandi benefici. Tutti i testi antichi sullo yoga, quelli sanscriti della tradizione, insistono su questo aspetto. Dopo molti anni, personalmente ho sempre la sensazione di essere a metà di un cammino, se penso al prima, vedo in maniera tangibile che lo yoga mi ha cambiato molto, sotto gli aspetti che dicevamo prima, ma se guardo avanti, vedo che ancora c’è moltissimo spazio da riempire ed è proprio bello portarsi ogni giorno un millimetro più avanti. Capita poi di conoscere maestri che aprono interi nuovi mondi che con pazienza inizieremo a esplorare. Mi è capitato molte volte e mi capita ancora.

La domanda che mi viene fatta più di frequente è “…ma come si fa marichiasana B” o una qualunque altra posizione. Questa curiosità verso le posizioni più impegnative o difficili è comunque positiva. A mio giudizio una pratica ben bilanciata include posizioni che ci portano al nostro limite come impegno muscolare, di flessibilità e mentale, in questo modo in quei minuti saremo perfettamente concentrati su quello che stiamo facendo, cosa già molto buona di per sé, e poi impareremo anche a rilassarci in quella situazione “estrema”, a controllare il respiro e a svuotare la mente da tensioni, paure e pensieri artificiosi.

Questi sono aspetti molto positivi. Diciamo che per ognuno di noi ci sarà sempre una serie di posizioni che ci riesce facile, un’altra serie che ci impegna al nostro limite e svariate altre che sono impossibili. Questo è sano e positivo, ma, secondo me, è molto stupido cercare di aumentare sempre il numero delle posizioni che si riescono a fare. Le posizioni sono solamente uno strumento.

Il rischio è di incrementare il ciclo aspettative-frustrazioni o breve appagamento, che caratterizza la nostra vita, rendere lo yoga come lo shopping compulsivo. Se riusciamo a non farci toccare da questo, una sana pratica di asana, dentro una pratica ben strutturata, può regalarci bellissime sensazioni ed emozioni.

Pensi che ci siano ancora dei falsi miti o dei pregiudizi nei confronti dello yoga e di quelle attività che hanno una componente anche spirituale?

Secondo me, riguardo lo yoga, ci sono dei falsi miti da un lato, ma anche delle innegabili verità che tutto il movimento in occidente cerca di trasformare. Ad esempio, lo yoga è legato in modo indistricabile alla religione induista (per lo yoga di matrice indiana) o alla religione buddista (per lo yoga di matrice tibetana, la situazione è ovviamente più complessa, ma concedetemi questo schematismo). Ora, se vogliamo allargare il più possibile il prodotto commerciale yoga, questo legame lo dobbiamo nascondere perché facilmente risulterà indigesto alla nostra società cristiana.

Sentivo di una polemica per il fatto che in molte parrocchie si vieta la pratica dello yoga. Apriti cielo. Ma secondo me ci può stare. O la parrocchia accetta lo scambio inter-religioso, oppure non possiamo fare finta che lo yoga non abbia una matrice induista.

Lo yoga-fitness non ce l’ha. Se l’insegnante apre la lezione con un mantra di invocazione, invocherà facilmente Shiva, Vishnù o altre divinità induiste. Andando un po’ più in profondità, ma restando sul semplice, nella meditazione si ricerca proprio di dissolvere lo spirito individuale, atman, nello spirito assoluto a cui appartiene, brahman, un aspetto che è prettamente induista/buddista/gianista/sikh e che non ha confronti nel cristianesimo.

Quindi, secondo il mio personale punto di vista, gli atteggiamenti new age che rimandano ad una spiritualità cosmica trans-culturale e trans-religiosa non restituiscono la profondità di questa pratica. Non restituiscono questa profondità perché, relativamente allo yoga, devono sorvolare sulla tradizione indiana in cui è nato.

Certo, lo yoga è cambiato molto, ma la matrice dei testi tradizionali, dalla bhagavat gita agli yoga sutra, ha, secondo me, molto da darci. Questo è il mio modesto punto di vista, poi se ci sono ferventi cristiani che fanno yoga con soddisfazione e lo calano nel proprio sistema di credenze, sono contento per loro, lungi da me dal formulare qualsiasi tipo di giudizio.

Sono oltre 20 anni che pratichi yoga, c’è ancora qualcosa che ti sorprende quando lo pratichi tu stesso e quando lo insegni?

Uno dei miei passi preferiti dei testi antichi sullo yoga è il sutra 12 del primo libro degli Shiva Sutra di Vasugupta: “la meraviglia è il luogo dello yoga”. Mi piace perché mi fa riflettere sulla mia pratica. Le sensazioni cambiano talmente tanto da un giorno all’altro! Il giorno che siamo allegri, quello che siamo tristi, quello che siamo stanchi, quello che siamo demotivati, quello in cui tutto è facile.

Facendo la medesima pratica, con intensità, nelle infinite sfumature dei diversi nostri stati emotivi, ci conduce ogni giorno verso un percorso completamente diverso; l’obiettivo sarà forse sempre simile, ma il viaggio completamente diverso.

Questo mi sorprende molto e mi piace anche molto. Sul tappetino della pratica può essere capitato di piangere, di ridere e di sentirsi in estasi. Quando conduco la pratica il discorso è simile. Magari entri in sala con un’idea, ma l’interazione con le persone ti porta da tutta un’altra parte.

E spesso gli stati d’animo delle persone influenzano tantissimo il percorso. Per fare alcuni esempi: se arrivano diverse persone angosciate o preoccupate, e ultimamente non è un esempio tanto campato per aria, facilmente potremo andare ad esplorare le profondità emotive e sentirci in una bolla durante la pratica, uno stato di sospensione del tempo e di indeterminatezza dello spazio, in cui si dimentica tutto. Può accadere ed è anche bello.

Al contrario se è venerdì sera, d’estate e tutti hanno finito la settimana e il giorno dopo se ne vanno al mare, la gioia e la spensieratezza possono portare a giocare un po’ di più, a ridere o comunque ad allentare la concentrazione. Questi aspetti mi piacciono molto, sono il senso per cui mi piace insegnare unitamente all’idea di dare qualcosa e mi sorprendono sempre.

Tu hai un canale Instagram (@marco_yoga) molto seguito, sappiamo però che durante il lockdown hai deciso di non tenere lezioni in streaming, come coniughi quindi la tecnologia e i vari social con la pratica yoga, soprattutto in un periodo (come è stato e purtroppo è ancora) di distanziamento?

Ti ringrazio per la domanda, risponderti spero aiuti anche me a fare ordine nei miei pensieri, spesso sicuramente contraddittori o poco strutturati. Iniziamo da Instagram. Io ho un buon rapporto con la tecnologia, so programmare, ho fatto il sistemista, ho studiato al Politecnico di Torino. Sono consapevole che sia uno strumento imprescindibile e molto potente.

Cinque anni fa circa, non avevo mai avuto Instagram, ho iniziato a seguire diversi insegnanti di yoga. Era divertente, si imparava anche parecchio sui differenti approcci alle posizioni. Certo, siamo tutti consapevoli che una foto non renda giustizia alla profondità della pratica e che necessariamente si facciano foto delle asana, perché gli altri aspetti della pratica, pranayama e dhyana ad esempio, regalerebbero solamente infinite foto a gambe incrociate.
Su IG ho conosciuto anche persone molto simpatiche e praticanti appassionati di yoga. Premetto che quando conosco persone che amano lo yoga e sono entusiaste, con cui condividere questa cosa, mi piace sempre moltissimo.

Per farla breve, dopo un po’ ho iniziato anche io a postare qualche foto, era divertente, in genere alla fine della pratica, dopo la meditazione finale, dedicavo 5 minuti a fare delle foto una volta la settimana, che postavo nei giorni seguenti. Poi ho fatto anche degli shooting, su proposta di alcuni fotografi, ed anche questo è stato piuttosto divertente e coinvolgente, più che la pratica di yoga o la sua rappresentazione in questi casi si cerca magari il lato artistico, cercando location suggestive e magari coniugandole con posizioni plastiche del corpo. Da Instagram mi sono arrivate anche proposte di collaborazione molto interessanti è quindi un canale di contatto utile. 

Per quanto riguarda le lezioni su zoom o simili, per questo anno passato effettivamente ho preferito lasciare perdere. È un mio limite, non riesco a fare lezione a uno schermo del pc, vedendo poco le persone, senza sentire il respiro, non ci riesco, è completamente diverso da quello che faccio abitualmente e, per lo stile cha hanno le mie lezioni, onestamente non mi piace.

Faccio una lezione in cui guido praticando anche io, accennando le posizioni e poi correggendo i singoli o dando indicazioni. Questo stile, nel mio caso, non mi sembra si adatti all’online. Allora avevo pensato di fare un video di una lezione, ma per produrre un risultato qualitativamente alto, è necessario uno studio televisivo… altrimenti meglio le cose di altissimo livello che già ci sono su Youtube, vedi Alessandro Sigismondi e molti altri.

Di contro mi dispiace non esserci per le persone che erano abituate a praticare con me. Ho sempre detto e ripetuto di praticare da soli e di insistere su questo, ma, mi rendo conto che dopo un anno a intermittenza, non è facile e un contatto umano potrebbe servire. Quindi mai dire mai 🙂

Proprio in merito a questo, quali sono i tuoi prossimi programmi?

Sto approfondendo lo studio della serie intermedia di ashtanga yoga, uno studio che mi sta appassionando moltissimo e che porto avanti con Susanna Finocchi persona veramente speciale, con un approccio allo yoga che condivido e apprezzo profondamente: grande attenzione alle tradizioni, serietà, ma semplicità, umiltà e un atteggiamento sempre scanzonato, senza prendersi troppo sul serio.

A Manju Jois, il figlio di P.Jois, ho sentito dire “too much serious make you furious” (troppo serio ti rende furioso), cerco di ripetermelo spesso. Poi vorrei continuare gli studi di sanscrito con la Oxford University, proseguendo sulla strada già intrapresa.

Vorrei anche continuare gli studi con Jaannu Vasudev, la meditazione, il canto dei mantra, il suo è uno yoga più simile a quello con cui ho iniziato, con una forte matrice induista, per tornare al discorso di prima.

Quando si potrà, mi piacerebbe tornare a praticare con Giancarlo Yoss, che è in qualche modo il mio maestro di riferimento per il Vinyasa; mi piacerebbe moltissimo anche continuare ad affiancarlo nei percorsi di certificazione per gli insegnanti di primo e secondo livello, è sempre un contesto molto bello quello della formazione, dove si incontrano persone realmente molto appassionate allo yoga. Certo in questo periodo è diventato tutto più difficile.

Infine, vorrei dare anche un nuovo impulso alla rivista di cui sono caporedattore, Yoga Magazine Italia con nuove rubriche, tra cui una dedicata alla versione cantata della Gita, per ciascuno dei libri che la compongono, e con nuove collaborazioni con studiosi e appassionati.

In particolare mi piacerebbe continuare l’esperienza già intrapresa con Enrico Casagrande, esperto di pedagogia, con Kenan Di Grazia, fisico e esperto dei Veda e con Maria Sabatini, psicologa attenta anche agli aspetti più di costume.
Mi piacerebbe condurre un corso di lezioni quotidiano, ma questo è un progetto poco in linea con i tempi….

Ultima domanda di rito che conclude le nostre interviste, qual è il mantra nella vita di Marco Sebastiani?

Probabilmente il mio mantra è vivere la vita con leggerezza. Leggerezza non significa superficialità, ma saper sempre tirare fuori il meglio dalle situazioni.

Ricordo diversi anni fa, ero in un periodo difficilissimo, non vi annoio con i dettagli, ma avevo sofferto alcune perdite ed ero in una situazione personale di estrema incertezza; stavo prendendo un caffè al sole su un tavolino per strada, prima di fare una pratica di yoga, ed ero meno sereno del solito, avevo diversi pensieri.

Il tipico “matto di quartiere”, che parla da solo, mi si è avvicinato, mi ha guardato e mi ha detto “eh, bella la vita vero, senza una c***o di preoccupazione”. Questa cosa mi ha molto colpito, gli stavo per dire “ma che ne sai tu, sapessi…”, ma poi ho pensato alla vita che faceva lui, per strada, senza certezze…

Mi ha portato a guardare con ancora più nitidezza che essere felici o infelici dipende esclusivamente da noi, è una scelta che possiamo fare in ogni momento, ma che non è condizionata da quanto ci accade o abbiamo attorno. C’è talmente tanta bellezza, ma dobbiamo imparare a saperla guardare.



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