Valentina Auricchio è una designer italiana e docente al Politecnico di Milano. Nella sua carriera si è trovata a gestire diversi progetti con team nazionali ed internazionali. Le abbiamo fatto un po’ di domande sulla gestioni di gruppi di lavoro e su cosa sia la creatività e come la si possa stimolare.

Valentina, tu sei una designer e insegni al Politecnico di Milano, quindi ti conosciamo soprattutto per la tua carriera professionale. Ci racconti invece qualcosa di più su di te?

Da dove iniziare. Sono napoletana, ho vissuto l’infanzia negli Stati Uniti a Green Bay Wisconsin (tifavo i Packers e andavo allo stadio), il liceo tra Napoli (tifavo il Napoli ai tempi di Maradona) e la Svizzera in una scuola inglese e l’università tra Napoli e Milano. Credo che questo dica un po’ tutto, nel senso che non ho un’unica casa, ma molte. Ho passato gran parte della mia vita a capire me stessa e gli altri, forse proprio per sopravvivenza e spirito di adattamento, un po’ come Woody Allen in Zelig.

Questo mi ha resa una persona ricca e empatica, ma allo stesso tempo fragile perché in qualche modo non ho avuto le radici ben piantate da qualche parte nel mondo e ci ho messo un po’ a trovare la mia dimensione. Adesso sono mamma di una piccola e la ricerca continua.

Hai vissuto parte della tua infanzia negli Stati Uniti per poi trasferirti qui in Italia, quali aspetti delle due culture ti hanno agevolato nel lavoro che fai?

Una bella domanda, ci sto ancora lavorando. Vivo costantemente in bilico tra queste due culture amandole e odiandole allo stesso modo. Gli Sati Uniti mi hanno insegnato il rispetto per le cose pubbliche, per gli spazi comuni e per gli altri. Mi hanno insegnato a lavorare in gruppo, ma anche a essere competitiva, che non ha sempre un’accezione positiva.  Mi hanno insegnato la sintesi, l’essere capace di arrivare subito al punto e a gestire gruppi di lavoro con riunioni che hanno un inizio e una fine con obiettivi e risultati ben precisi.

L’Italia mi ha insegnato che non sai mai quanto possa durare una riunione… ma anche l’apprezzamento per dibattiti lunghi e infiniti per la ricchezza della loro profondità. Dall’Italia ho imparato il valore del senso critico e la capacità di vedere i problemi in un’ottica più complessa, diverso da un approccio “problem solving”, sviluppando la curiosità e la passione per l’analisi, capendo e accettando la complessità dei problemi. Mi ha insegnato a guardare, rispettare e imparare dal passato, anche se a volte la storia può anche essere un peso che non permette di andare avanti. L’Italia mi ha insegnato l’eleganza e la bellezza. Napoli mi ha insegnato a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno anche nei momenti più bui della vita e che le regole possono essere cambiate, rotte o meglio “interpretate”; Milano mi ha insegnato a essere precisa e meticolosa.

Insomma, un bel minestrone che a volte produce ricette buone, ma altre volte si brucia tutto e bisogna ricominciare da capo. Il conflitto tra le due culture non mi permette di sentirmi a mio agio in nessuna. Sono sempre un “pesce fuor d’acqua”, ma allo stesso tempo è una ricchezza che mi permette di avere sempre una visione più ampia del mondo.

A livello lavorativo, ti sei trovata molto spesso a dirigere dei team, alcuni anche internazionali. Quali sono i vantaggi e le difficoltà che hai riscontrato nel lavorare con persone che arrivano da ambienti e paesi diversi?

Le difficoltà non sono mai emerse dalle diversità del gruppo, per me è sempre una ricchezza. Trovo sia più difficile cambiare la cultura di gruppi che appartengono a un’unica cultura (territoriale o lavorativa) che non lavorare con gruppi eterogenei. Io mi trovo a mio agio più in gruppi internazionali, in cui le persone sono disposte ad ascoltare e cambiare la propria visione, che non in gruppi mono-cultura. Quindi direi che la domanda, nel mio caso, forse andrebbe invertita.

Tu sei una designer, insomma, una persona che di creatività se ne intende. Ci dai la tua definizione di essere creativi e come stimoli tu la tua creatività?

Anche su questo ci sto lavorando. Al momento sto andando approfondendo la mia ricerca, nelle letture e studi sulla creatività perché sento il bisogno di riportare questo tema anche in aula. La parola “creatività” oggi è un po’ abusata e quindi forse si è svuotata completamente di significato. Tuttavia, quando si studia per diventare un designer ho la sensazione che ci siamo un po’ persi nell’imparare strumenti progettuali dimenticandoci anche di apprendere modalità per esercitare la creatività.

Io cerco di alimentare la mia creatività con stimoli che vengono da diversi campi, non solo il design e l’arte. Inoltre cerco di creare degli spazi di vuoto, di pensiero libero che mi aiutano a uscire dagli schemi mentali soliti e dalla ricerca, mi portano lontano per poi tornare al problema con una veste diversa. Credo che ogni designer abbia dei metodi diversi per stimolare consapevolmente o inconsapevolmente il proprio pensiero creativo.

Tuttavia, temo che nel mondo di oggi, velocissimo e con una costante concentrazione solo su ciò che è considerato “produttivo” e “innovativo”, sia veramente difficile ritagliarsi momenti di pensiero libero, riflessivo e quindi realmente creativo.

Nel tuo TED Speech hai raccontato che quando si lavora in team, la prima cosa che fai è cercare di rendere felici le persone che hanno a che fare con te. Quali sono i suggerimenti quindi che daresti a un team leader, per far sì che il suo gruppo dia il meglio? Come si crea un ambiente felice?

Non è facile rispondere a questa domanda con delle regole certe o con un modello replicabile, comunque, posso dire quello che ho imparato dalle mie esperienze. Premetto però che non esiste un luogo idilliaco di lavoro e che i gruppi che funzionano bene sono quelli in cui ogni individuo è consapevole e responsabile delle sue scelte, ama il suo lavoro e si sente apprezzato per quello che fa.

Prima di tutto direi che è importante l’ascolto, capire quali sono le abilità, le capacità e i desideri di ogni componente, perché credo che ogni persona lavori al meglio se crede che quello che fa sia utile per la sua crescita personale e sia integrato con i suoi obiettivi di vita. Poi la fiducia reciproca, quindi sapere che tutti stanno facendo quello che possono per un obiettivo comune. L’obiettivo comune non deve essere imposto, quindi si definisce insieme tenendo conto delle risorse e rispettando anche i tempi di ognuno, rispettando la vita privata e i tempi di riposo. Questo vuol dire anche rispetto del tempo personale (ad esempio non mandare messaggi o mail in orari improbabili e non porsi degli obiettivi che sono bellissimi, ma irraggiungibili). Si potrebbe riassumere con la parola “empatia”, ma attenzione, bisogna stare molto attenti, perché il rispetto deve essere reciproco e quindi anche chi ha il compito di leader va rispettato, altrimenti si rischia l’esaurimento. Un ambiente felice non implica che va sempre tutto bene, ci deve essere spazio per il dibattito e per l’ascolto, ma bisogna anche essere molto vigili e consapevoli. Insomma, non è facile, non c’è una ricetta e quello che ho imparato l’ho appreso specialmente dai fallimenti.

Un team è allo stesso tempo un gruppo e un insieme di individui singoli. Molto spesso la difficoltà del team leader è vedere semplicemente il gruppo, dimenticando la singola persona ed è per questo poi che si creano conflitti. Come gestisci tu questa cosa?

Per me essere un leader non è sinonimo di “essere responsabile della vita di ogni individuo che lavora con me”. Credo che ogni individuo sia responsabile delle proprie scelte e che il ruolo del leader sia quello di permettere a tutti di raggiungere un obiettivo insieme. Un leader non è una madre o padre di famiglia, ma è più vicino alla figura del regista. Una persona che ha un ruolo preciso, ma non è al di sopra degli altri, ha solo un ruolo diverso, il suo ruolo è quello di tenere il timone dritto e sapere dove andiamo, ma gli altri devono responsabilmente avere ruoli altrettanto importanti. Secondo me è importante uscire dal modello a piramide e distribuire le responsabilità.

Quindi, per tornare alla domanda, il leader deve avere una visione di gruppo e ogni individuo deve essere responsabile per se stesso e riportare al gruppo eventuali malfunzionamenti. Questo secondo me è il futuro e anche la speranza di avere una società più consapevole.

Tu lavori nel design, un ambito in cui di tentativi e di sbagli se ne fanno prima di trovare la cosa che realmente funziona. Perché nella società moderna, lo sbaglio è visto non come un passo avanti verso la soluzione, ma come un fallimento?

Temo che questa idea che lo sbaglio debba essere visto come qualcosa di positivo sia un po’ una moda in questo momento. Non conosco contesti in cui questo sia reale. Credo sia stato interpretato male. Non è che uno sbaglio sia positivo, ma posso sicuramente imparare da errori e posso trovare delle opportunità nell’errore, ma questo non vuol dire che sbagliare deve essere incentivato o ricercato, sarebbe innaturale. Se l’uomo delle caverne si fosse sbagliato a cacciare sarebbe morto di fame e così è tutt’oggi.

Quando si dice “fail fast to succeed sooner” non vuol dire che è assolutamente necessario fallire per raggiungere l’obiettivo, ma vuol dire che è importante/utile investire maggiormente nella sperimentazione a monte per individuare eventuali errori di progettazione, perché gli errori a valle (quando il prodotto è già sul mercato) potrebbero costarci molto di più.

Quindi, secondo me bisogna rivedere questo concetto, ma non credo di avere gli strumenti per rispondere adesso. Devo studiare.

Un altro tema importante e molto spesso dibattuto è la composizione dei team. Tu hai detto che ci devono essere tante quote rose quante quote azzurre. Che differenti tipi di apporto danno maschi e femmine?

Sono passati un po’ di anni da quella TEDX e non so se direi le stesse cose oggi. Anche su questo punto non ho certezze assolute, ovviamente, ma credo che torniamo al concetto di eterogeneità di cui abbiamo parlato prima. Uomo e donna sono biologicamente diversi e quindi hanno per natura un diverso approccio al mondo. Credo che un gruppo sia tanto più ricco quanto più si includono diversi punti di vista e quindi la presenza o assenza del maschile o del femminile può incidere sulla qualità e completezza di quello che facciamo.

In tal proposito, come ti trovi tu a gestire dei gruppi in quanto donna? Hai riscontrato delle differenze quando un team è gestito da una donna e quando invece è gestito da un uomo?

Altra domanda molto difficile e posso solo rispondere basandomi sulle mie esperienze. Intanto sicuramente dipende moltissimo dal contesto sociale e culturale in cui si lavora (paese ma anche cultura aziendale). Inoltre aggiungerei che dipende anche molto dalla propria cultura di provenienza, ad esempio, le mie colleghe inglesi e americane sono sicuramente più sicure di sé nell’assumere ruoli di comando perché vivono fin da piccole in contesti in cui sono spronate a credere in se stesse e a non considerare la differenza di genere come un ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi. Tuttavia, questo non vuol dire che in questi paesi non ci siano differenze di genere, anzi. Paradossalmente, in Italia, paese in cui la differenza di genere è molto dibattuta, nella mia esperienza come direttore di una rivista e come direttore di un centro di ricerche, non ho mai avvertito la minima discriminazione. Quindi, nelle mie esperienze, la cultura del luogo di lavoro era forse più importante della cultura del paese in cui lavoravo.

Non so se c’è una differenza tra essere donna o uomo nel gestire un gruppo. Nella mia vita ho incontrato tanto uomini aggressivi al comando quanto uomini empatici e lo stesso posso dire per il genere femminile. Quindi non credo sia una questione di genere, ma di essere umano e di carattere.

Non amo parlare di caratteristiche femminili o maschili, credo che ci siano caratteristiche umane che sono importanti per una buona gestione dei gruppi e queste possono essere ad esempio qualità e abilità come: etica, rispetto, empatia, visione, umiltà, passione e una grande capacità di trasmettere tutte queste qualità al gruppo. 

Al momento stai gestendo dei gruppi come team leader? Come sta andando e ci puoi svelare qualcosa di questi progetti?

Al momento non sto gestendo gruppi perché ho recentemente cambiato lavoro e quindi sto iniziando una nuova avventura. Tuttavia, faccio parte di un gruppo internazionale che sta lavorando insieme su un progetto strategico europeo. In questo gruppo internazionale ognuno ha un ruolo e non esiste una struttura organizzativa a piramide, siamo una rete di partner eterogenei e stiamo lavorando insieme per un progetto molto ambizioso. Forse è il futuro di cui parlavo sopra.

Il mantra nella vita di Valentina Auricchio?

L’importante nella vita è rimanere sempre coerenti con se stessi. Ascoltarsi sempre perché solo in questo modo possiamo essere sicuri che le scelte che facciamo siano quelle giuste nelle circostanze, tempi e luoghi, che viviamo.  

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